Aumento di stipendio: quanto arriva davvero in busta paga

Aggiornato il · a cura della redazione CalcolaChiaro

Hai ottenuto l’aumento: 1.000 euro lordi in più all’anno. In busta paga ne arrivano tra 400 e 640, secondo quanto guadagni. Non è un errore dell’ufficio paghe, ed è molto peggio di quanto suggerisca l’aliquota IRPEF del tuo scaglione.

Il motivo è un meccanismo poco noto ma perfettamente legale: mentre il reddito sale, le detrazioni scendono. Il risultato è che l’aliquota che colpisce davvero l’aumento, quella che i tecnici chiamano aliquota marginale effettiva, è molto più alta di quella scritta nella tabella degli scaglioni.

Quanto resta davvero: la tabella

Cifre calcolate con le regole fiscali 2026 su un dipendente standard del settore privato, con contributi al 9,19% e addizionali al 2%.

RAL attualeNetto in più su +1.000 € lordiQuota trattenuta
20.000 €~642 €36%
25.000 €~598 €40%
30.000 €~584 €42%
40.000 €~398 €60%
45.000 €~511 €49%
55.000 €~500 €50%
70.000 €~499 €50%

Il dato che sorprende è la riga in grassetto: chi guadagna 40.000 euro perde sull’aumento molto più di chi ne guadagna 70.000. Non è un refuso.

Perché succede: le detrazioni che si sciolgono

L’IRPEF a scaglioni è solo metà della storia. L’altra metà è la detrazione da lavoro dipendente, che diminuisce man mano che il reddito cresce fino ad azzerarsi sopra i 50.000 euro di imponibile.

Ogni euro guadagnato in più produce quindi due effetti simultanei:

  1. viene tassato con l’aliquota del suo scaglione;
  2. fa perdere una frazione di detrazione, cioè aumenta l’imposta anche sul reddito

precedente.

Sommando i due effetti si ottiene l’aliquota marginale effettiva:

Fascia di imponibileAliquotaDetrazioni che si perdonoEffettiva
15.000 – 20.000 €23%+9,2 punti, meno 4,8 di somma esente~29%
20.000 – 28.000 €23%+9,2 punti~34%
28.000 – 32.000 €33%+8,7 punti~44%
32.000 – 40.000 €33%+8,7 e +12,5 punti~56%
40.000 – 50.000 €33%+8,7 punti~44%
oltre 50.000 €43%nessuna~45%

Le percentuali comprendono le addizionali al 2%; aggiungendo i contributi si arriva ai numeri della prima tabella. Ecco perché, nel 2026, la fascia più penalizzata è quella tra 32.000 e 40.000 euro di imponibile, cioè tra circa 35.200 e 44.000 euro di RAL: lì la detrazione da lavoro si assottiglia di 8,7 centesimi per ogni euro in più, e insieme a lei si consuma l’ulteriore detrazione del cuneo fiscale, che scende di altri 12,5 centesimi.

Sopra i 50.000 euro le detrazioni sono già esaurite e non c’è più nulla da perdere: l’aliquota effettiva scende nonostante lo scaglione salga al 43%.

Quanto chiedere per ottenere un dato netto

Ribaltiamo il ragionamento. Se vuoi un aumento netto preciso, ecco quanto devi chiedere lordo.

Obiettivo espresso su 13 mensilità.

Obiettivo netto mensileDa chiedere (RAL 30.000 €)Da chiedere (RAL 45.000 €)
+100 € al mese~2.450 € lordi/anno~2.550 € lordi/anno
+200 € al mese~4.950 € lordi/anno~5.100 € lordi/anno
+300 € al mese~8.150 € lordi/anno~7.650 € lordi/anno

Regola pratica per la trattativa: moltiplica per 25 il netto mensile che desideri. Se l’aumento ti porta nella fascia tra 35.000 e 44.000 euro di RAL, serve un terzo in più: moltiplica per 33. È una stima grossolana ma sbaglia poco, ed è molto meglio che entrare in una trattativa con il numero sbagliato in testa.

Puoi verificare il tuo caso specifico inserendo la RAL attuale e quella desiderata nel calcolatore dello stipendio netto: la differenza tra i due netti annui è l’aumento reale.

L’equivoco da smontare: lo scaglione non fa mai guadagnare meno

È la paura più diffusa e va chiarita una volta per tutte.

Superare i 28.000 euro non fa tassare al 33% tutto lo stipendio. L’aliquota superiore si applica solo alla parte eccedente la soglia. Cambiare scaglione fa sempre crescere il netto: può farlo crescere poco, mai diminuire.

Nel 2026 fanno eccezione due soglie sugli stipendi bassi, dove a perdersi non è l’IRPEF ma un bonus: chi supera i 16.518 euro di RAL perde il trattamento integrativo, circa 130 euro netti l’anno, e li recupera con altri 200 euro lordi. Un effetto simile c’è intorno ai 9.360 euro.

Attenzione soprattutto alle soglie di altre prestazioni, dove il rischio esiste davvero: assegno unico, bonus legati all’ISEE, agevolazioni comunali, riduzioni su rette e servizi. Lì il superamento di una soglia può comportare la perdita secca di un beneficio, non graduale.

Se sei vicino a una di quelle soglie, vale la pena fare il conto complessivo prima di festeggiare.

Le tre alternative che valgono più di un aumento

Poiché metà dell’aumento lordo si perde per strada, esistono strumenti con un rendimento netto molto superiore a parità di costo per l’azienda.

1. Premio di risultato detassato. Se previsto da un accordo aziendale e nei limiti di legge, è soggetto a un’imposta sostitutiva molto più bassa dell’IRPEF ordinaria. A parità di costo aziendale ti arriva molto di più.

2. Welfare aziendale. Buoni pasto, rimborsi per istruzione dei figli, assicurazione sanitaria, servizi. Entro le soglie previste non concorrono a formare reddito: non paghi né contributi né IRPEF. Un pacchetto welfare da 1.000 euro vale, netto, da una volta e mezza a due volte e mezzo un aumento lordo da 1.000 euro.

3. Versamento al fondo pensione. Dal 2026 i contributi sono deducibili fino a 5.300 euro l’anno, e il risparmio segue la stessa logica dell’aumento, al contrario: chi sta tra 35.000 e 44.000 euro di RAL si riprende in imposte il 56% di quanto versa. I conti fascia per fascia sono in pensione integrativa: quanto versare; dove far confluire il TFR è spiegato invece in TFR in azienda o nel fondo pensione.

Queste alternative funzionano perché costano poco all’azienda e ti arrivano quasi per intero: sono l’unico terreno su cui entrambe le parti guadagnano davvero. Il quadro completo dei costi lato azienda è in quanto costa un dipendente all’azienda.

Come impostare la richiesta

  1. Parti dal netto che ti serve, non da una percentuale generica.
  2. Converti in lordo con il fattore due.
  3. Verifica il costo aziendale: quello che chiedi costa all’azienda circa 1,4 volte il

lordo. Saperlo ti fa capire perché incontri resistenza.

  1. Porta un’alternativa in welfare. Se il budget in denaro non c’è, spesso quello in

servizi esiste.

  1. Fissa una data di verifica. Un "ne riparliamo" senza calendario non è una risposta.

In sintesi

sale, compresa quella del cuneo fiscale.

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Nota. Le informazioni di questa guida hanno finalità divulgativa e si riferiscono alla normativa italiana vigente alla data di aggiornamento indicata. Per la tua situazione specifica rivolgiti a un commercialista o a un consulente del lavoro.

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